mercoledì 17 aprile 2013
mercoledì 10 aprile 2013
Vuoti a perdere
Si avvicina una corsa importante, forse la più importante,
quella che, più di tutte le altre, ti ha spinto ad affrontare la competizione.
Hai già una buona macchina, certo non è una Ferrari, ma con
la messa a punto giusta e un pilota capace, hai buone possibilità di affrontare
gli avversari, soprattutto quello da battere, il pluricampione che sembrerebbe
alla guida della macchina perfetta.
Un pilota importante, uno di quelli con esperienza, si offre
di darti una mano. Già al solo ventilare della notizia, le quotazioni del tuo
avversario cominciano ad oscillare. Con lui potresti competere, rischiare di
vincere o almeno mettere in difficoltà tutti gli altri.
Basta solo un sì, accettare la proposta ed accogliere questa
disponibilità e finalmente il tuo impegno, la tua costanza e la tua presenza in
questo mondo avranno un senso.
Ma accade l’inaspettato, quello che nessuno sano di mente
potrebbe mai augurarsi, ciò che sconvolge anche chi ti è accanto. È il momento
della scelta, “vado a piedi che, anche se non arrivo lontano, almeno arrivo
sano e non mi stanco troppo”.
E così, con una simile vocazione alla sconfitta, anche le
cinquecento cominciano ad aspirare ad ottenere un piazzamento migliore del tuo.
Agli altri rimane solo il dubbio: perché, davvero, hai
scelto di competere?
domenica 17 marzo 2013
FB #17.3.13
Bella giornata ieri. Sono state elette due della principali cariche dello Stato. Si tratta di persone di tutt'altro spessore rispetto ai loro predecessori. Nel frattempo, i grillini scoprono il voto di coscienza e il miliardario genovese è già in allarme: non sia mai che questi si sono messi in testa di fare davvero ciò per cui sono stati eletti?
venerdì 22 febbraio 2013
La pancia e la testa
Sicuramente gli ultimi anni sono stati contraddistinti da
una classe politica che ha curato poco o nulla gli interessi del paese,
anteponendo e privilegiando i propri.
I casi di corruzione, le tangenti, gli scandali vari, hanno
portato il paese a rivivere in qualche modo, a distanza di soli 20 anni, una
delle epoche peggiori della storia repubblicana. Nel 1992 Tangentopoli portò
alla dissoluzione dei principali partiti che avevano governato il paese,
alternandosi, sin dal dopoguerra. Salvo alcune eccezioni, come il PCI, l’intera
classe politica e l’intero sistema furono travolti dallo scandalo.
Le risposte da parte degli elettori furono di disaffezione e sfiducia verso l’intero
mondo politico. Tutto ciò favorì l’ascesa di nuovi soggetti, quelli da seconda
Repubblica, con Silvio Berlusconi in testa. “Se questa Italia così com'è non ti
piace, vieni con noi per cambiarla”. Così spiegò la discesa in campo,
sfruttando il dissenso della popolazione, puntando a farli ragionare di pancia,
più che di testa. E vinse.
Era un progetto politico, in antitesi con la politica stessa
perpetuata fino ad allora. Oggi si chiamerebbe appunto “antipolitica”.
Dalla storia si impara e gli errori dovrebbero servire per
crescere, eppure è bastata mezza stagione di governo tecnico, per consentire
all’incandidabile cavaliere di ritornare in corsa. Questo perché la sua “opera”
ha inciso più sul modificare la mentalità della società attuale, che le
condizioni economiche del paese. Non esiste il concetto di “costruire per”, ma
solo del “lottare contro”, si va perdendo il concetto di pensiero per la
collettività a favore di un egoismo individualista.
Credo che chiunque si presenti oggi alla competizione per il
governo del paese, debba necessariamente confrontarsi con i problemi che esso ha.
La classe politica, costa sempre troppo e di certo oggi non è
rappresentativa delle difficoltà della popolazione soprattutto in un periodo di
crisi. Ma non va dimenticato che il problema di oggi è proprio la crisi stessa che
influisce sull’indebolimento di uno dei punti cardine su cui è fondata la
Repubblica Italiana, il lavoro.
Il lavoro, come argomento principale su cui articolare la
discussione di un progetto politico, come priorità, darebbe dignità ad un
qualunque schieramento. Si potrà poi discernere tra le proposte, discutere
sull’opportunità di certe scelte piuttosto che altre, ma ciò che conta è
prendere in carico l’argomento, sviscerarlo e trovare le soluzioni, prima di pensare
a tutto il resto.
Si può dare per scontato che le politiche liberiste degli
ultimi anni abbiano portato essenzialmente alla crescita del precariato, un po’
in tutti i settori, non generando certo, di contro, crescita e sviluppo per le
imprese. Il lavoro precario non garantisce certo sicurezza per il presente e
per il futuro e a sua volta minaccia anche la dignità degli individui,
costretti sempre più spesso ad accettare condizioni svantaggiose pur di
conservare “quello che c’è”.
Credo debba essere un tema di interesse primario. Vanno
riviste e ridiscusse le oltre 40 tipologie di contratto lavorativo, rendendo
magari il contratto a tempo “conveniente” più per il lavoratore che per l’impresa,
portandolo a preferirlo al posto fisso, monotono a detta dei tecnici, ormai utopico
per tutti gli altri.
In utopia è stata trasformata anche l’opportunità di una formazione di qualità e la speranza trovare occupazione nel settore della cultura e della scuola, tra i più maltrattati dagli ultimi governi.
Si sa che “un popolo ignorante diventa più facile da governare”. Ed è in quest’ottica che andrebbero lette riforme come quella della Gelmini, che hanno reso sempre più instabile il ruolo degli insegnanti e sempre più disagevole quello degli studenti di tutte le età. La ricchezza di un popolo si giudica anche dal suo livello culturale, dal suo progresso scientifico. Ed è evidente che i tagli alla ricerca ci hanno impoveriti.
Esperienze recenti dimostrano che il mantra “con la cultura
non si mangia” è un falso. Con la cultura si mangia e si cresce, anche in
sensibilità, se c’è l’interesse affinché questo accada investendoci risorse e
dandole lo spazio che meriterebbe, soprattutto in un paese come il nostro che
ne avrebbe da esportare.
Crescere culturalmente significa anche avere una
consapevolezza dell’evolversi della società in cui si vive, comprendere i
problemi, senza subirli.
Un altro argomento che sembrava dovesse essere una
discriminante di questa campagna elettorale, ma che invece al momento sembra
finito in secondo piano a favore dei deliri di due miliardari che fanno la gara
a chi la spara più grossa, è quello dei diritti civili. Per diritti civili non
si intendono solo i matrimoni e le adozioni per persone dello stesso sesso. Si
tratta di tutto ciò che garantisce il rispetto dell’individuo, che non lo
emargina o discrimina in base alla sua condizione umana.
Se c’è voluta una guerra prima di decidere di condannare il
razzismo, come infimo comportamento dell’essere umano, spero ci vorrà molto
meno per avere una legge contro l’omofobia.
Ogni ulteriore erogazione di libertà, riconoscimento delle
coppie di fatto compreso, di certo non minaccia la libertà di chi non è d’accordo
o sceglie di non servirsene. È un segno di crescita democratica e culturale,
tutto qui.
Il diritto di cittadinanza è già un argomento di cui non
dovrebbe neanche essere necessario discutere. La cittadinanza a chi nasce e
cresce in questo paese va garantita sin da subito. Si sentirà più italiano chi
nasce e cresce qui, di chi, invece, nato e vissuto altrove, acquisisce il passaporto
in virtù del fatto di avere un lontano parente nato qui.
Tutti questi temi caratterizzano e danno colore ad un
qualsiasi movimento. Ma sono cose che, ad esempio, non possono coinvolgere e
far esporre l’antipolitica.
L’antipolitica, come il primo Berlusconi del 1994, punta più
alla pancia, che alla testa. Fa leva sul dissenso, sulla rabbia e sulla
delusione. Propone temi, a volte anche condivisibili, ma non si sofferma sulle
questioni vitali, come quelle di cui sopra. Non lo fa semplicemente perché non
può. Facendolo acquisirebbe una coloritura politica, oggi inopportuna per
scelta.
Stando ai sondaggi, al netto delle quotazioni ippiche, la
coalizione di centrosinistra di Italia Bene Comune, unica legittimata dalla corsa delle primarie, è in vantaggio ed è indicata
come probabile vincitrice. Purtroppo una legge elettorale assurda, che gli
ultimi 3 governi non sono riusciti o non hanno voluto cambiare, oltre all'aver eliminato le preferenze individuali sui candidati, mette a rischio la stabilità
di un qualsiasi governo proposto, soprattutto al Senato.
Le prospettive per questa coalizione all'indomani del voto
sono essenzialmente tre. La prima è che la coalizione guidata da Bersani
ottenga i voti sufficienti per un governo stabile, senza estensioni né aperture
ad altri, ad eccezione di temi importanti su cui un’ampia condivisione potrebbe
essere più auspicabile che necessaria.
La seconda è quella di un’insufficienza di seggi al Senato,
che imporrà la valutazione di larghe intese. C’è chi malignamente già pensa ad un’apertura verso
il centro di Casini e Monti e chi magari spera in dialogo credibile con la
sinistra di Ingroia. Valutata l’impossibilità di percorrere altre strade, la
terza alternativa diverrebbe quella del ritorno alle urne, con seri rischi di
generare un ulteriore ribaltone che porterebbe definitivamente il paese nel
caos.
Ed è così che il voto a Sinistra Ecologia Libertà acquisisce
maggior peso, per la sua cultura anti-liberista e volta alla giustizia sociale, con
la possibilità di condizionare gli alleati sulla direzione in cui guardare, sui
programmi da realizzare e sulle forze politiche con cui andare a discutere.
L’Italia ha bisogno di un governo stabile e democratico, che
tenga conto di quella parte della popolazione che è stata ignorata e danneggiata
dagli ultimi governi, che abbia a cuore la crescita del paese, senza sudditanze
verso i poteri forti e senza interessi personali da proteggere.
Per queste ragioni, per il lavoro, per la dignità, per la
cultura e per i diritti, che domenica prossima sceglierò Sinistra Ecologia
Libertà e la coalizione di Italia Bene Comune, sperando che più che la pancia,
si torni ad usare la testa e, magari, anche un po’ di cuore.
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lunedì 3 dicembre 2012
Primarie - Il giorno dopo
“Sconfitta netta, Pier Luigi saremo leali con te”. Così Matteo Renzi
ha parlato dopo i primi risultati delle primarie. In perfetto stile americano,
lo stesso di Romney dopo la sconfitta con Obama.
Già, lo stile americano, quello
che ha contraddistinto buona parte della sua campagna, punto di forza e allo
stesso tempo di debolezza del suo progetto.
Quello che consente di far
un’ottima campagna comunicativa, puntando sul linguaggio e sulle emozioni,
permettendo di non focalizzare troppo l’attenzione sulle reazioni che
potrebbero suscitare certi contenuti.
Ma anche quello che si
contraddistingue per il fair play tra candidati che letteralmente “si scannano”
fino al giorno prima del voto, ma che poi si dicono disponibili a mettersi a
disposizione del vincitore dal giorno dopo dei risultati.
“Saremo leali con te”. Ed è
questo che ci si aspetta non solo da Renzi, ma anche dai suoi sostenitori,
sicuramente diversi dalla platea a cui tradizionalmente si è rivolto il PD.
Il tutto per spazzare via certe
accuse di essere antagonisti a tutto ciò che naturalmente apparterrebbe al
centrosinistra, ma soprattutto per non vanificare il magnifico risultato che
tutto il centrosinistra ha ottenuto durante queste primarie.
In un momento storico di sfiducia
nella politica e nei partiti, con il moltiplicarsi di movimenti politici e
antipolitici di orientamento ondivago, in un’epoca di astensionismo a livelli
da record, la media di quasi tre milioni di votanti nei due turni rappresenta
già da sé un risultato significativo. Perché quando la gente ha già poca voglia
di votare, chiederle di farlo due volte nel giro di una settimana, può portare
a risultati imprevedibili.
Adesso arriva la parte più complessa,
che diventerà ancora più difficile se viene data per scontata. Bisogna vincere
le elezioni, con sondaggi che vedono già i partiti della coalizione ai primi
posti.
Ma guai a pensare di avere già
vinto. Ci sono ancora altri quattro o cinque mesi in cui può succedere di
tutto, in cui la “concorrenza”, quella vera, può tirar fuori i cosiddetti “dinosauri”
che escono dal cilindro o nuove ricette alternative populiste fondate sul
malcontento della gente.
Ed è proprio a quel malcontento
che bisogna far riferimento, a tutti quei disaffezionati che da troppo tempo
cercano risposte che la politica non gli ha più dato. A chi non ha votato a
queste primarie, perché è deluso o perché strumentalmente frenato dal
contributo minimo, a chi non ha ancora dato fiducia a questa offerta politica.
Va riavvicinata la gente, facendo
sì che essa riprenda ad osservare, discutere e, se necessario, litigare,
parlando di politica. Un po’ come è già avvenuto tra i veleni e il fair play di
queste primarie.
E va raccolto quanto di buono
hanno rappresentato tutte le “anime” di questa contesa.
È evidente che un rinnovamento
sia necessario; nella classe dirigente, nei parlamentari, magari, anche, tra i
possibili ministri. Serve un rinnovamento, soprattutto di qualità e non
necessariamente anagrafico, che non si trasformi in una semplice restyling di
facciata.
Bisogna tornare a parlare di
sinistra, di argomenti di sinistra e da un punto di vista di sinistra; dando
spazio anche alle campagne per il “bene comune” di questi anni, rivitalizzando
la cultura, la ricerca e la scuola pubblica.
Bisogna dar voce a tutte le
categorie di lavoratori e di persone che, in questo momento delicato, soffrono
e subiscono la crisi e le politiche d’austerità. Categorie che hanno bisogno di
essere rappresentate o, magari, dovrebbero autorappresentarsi in Parlamento.
Sarà necessario, non solo differenziarsi
dagli avversari, ma anche decidere come rapportarsi nei confronti di Monti e
del governo dei tecnici, di cui il Partito Democratico rimane ancora oggi uno dei
principali sostenitori.
Durante la campagna per le
primarie, l’agenda Monti è stata usata come distinguo da parte di Nichi
Vendola, ma è stato anche un argomento su cui proprio i candidati appartenenti
al Partito Democratico hanno sapientemente sorvolato, senza prendere mai
posizioni nette a favore o in contrasto.
Di certo c’è che l’idea
bersaniana e renziana di riproporre in un eventuale governo di centrosinistra
alcuni ministri-tecnici di quello attuale, andrà ripensata e ridiscussa,
sentendo soprattutto gli umori degli altri componenti della coalizione,
sicuramente decisivi per il risultato delle primarie.
C’è poi la questione delle
alleanze. Con la vittoria di Bersani, il legame tra PD, SEL e PSI dovrebbe
rimanere saldo, almeno finché non si va a governare.
L’interrogativo potrebbe spostarsi
sull’autosufficienza di questa offerta per il raggiungimento del tanto sperato
55% dei seggi, che garantisca anche quella solidità che l’ultimo governo Prodi,
di cui Bersani era ministro, non ha mai avuto.
Sarà sicuramente un ritornello costante,
almeno fino all’ufficializzazione delle candidature di tutti gli schieramenti,
il tema dell’alleanza con quel Casini che non ha mai realmente sciolto le sue
riserve sul centrosinistra, deciso sostenitore di Monti e probabile proponente
di un eventuale Monti bis. Ma l’attuale calo dell’UDC e la spinta ricevuta
dalle primarie per i tre partiti della coalizione, potrebbe anche rendere meno
appetibile l’approfondimento di un argomento che di sicuro porterebbe scontento
e malumore tra gli elettori e tra gli attuali o potenziali alleati.
Guardando a sinistra c’è un altro
cantiere in corso. È stato già ribattezzato il “quarto polo”, quello delle
liste civiche arancioni, capeggiate da Luigi De Magistris, tra i protagonisti
dei successi della cosiddetta “primavera arancione” del centrosinistra dello scorso anno, che sembrano già risalire
a una vita fa.
Un progetto speranzoso, ancora in
via di definizione, che nasce differenziandosi dalla coalizione di Italia Bene
Comune, senza però mai porsi in antitesi con essa.
Le dichiarazioni di De Magistris
stesso, durante il primo turno delle primarie, lasciavano più di una porta
aperta alla costruzione di un percorso comune con il vincitore della contesa. Così
come quelle di un altro sindaco virtuoso, Giuliano Pisapia, uscito dagli schemi
di imparzialità che il movimento s’era imposto e dichiaratosi deciso
sostenitore di Nichi Vendola.
Dalle cronache sta invece
scomparendo l’Italia dei valori, unica forza, insieme alla Lega, che si oppone
al governo Monti in Parlamento.
I recenti scandali, gli
endorsement di Grillo per il suo leader che, a sua volta, ricambia a giorni
alterni e la diaspora da parte di alcuni dei suoi esponenti più
rappresentativi, stanno facendo scivolare in basso i consensi del partito di Antonio Di Pietro, che potrebbe
essere costretto a farsi inglobare da qualcuno per non finire nel
dimenticatoio.
Qualche segnale lo si era già
percepito dalle sue “indicazioni di voto” per Bersani e Vendola e dalla
richiesta di poter aderire alla Carta d’intenti, avanzata già tempo fa.
Si dice che la sconfitta di Renzi
porterà all’inevitabile ridiscesa in campo di Silvio Berlusconi.
Magari al Paese gioverà poco, ma
potrebbe far bene al mondo dello sport. Forse finalmente il Milan tornerà
ad avere una campagna acquisti decente.
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sabato 1 dicembre 2012
Ballottaggio
In un ballottaggio, di solito, gli ultimi due contendenti
cercano il consenso anche tra gli elettori di chi è arrivato dopo di loro.
Lo fanno cercando di raccoglierne o magari rielaborarne le
proposte, facendole proprie.
Non accusando l’uno o l’altro di essere in chissà quali
difficoltà, per aver rifiutato di dare un’indicazione di voto di un certo tipo.
Il progetto a cui ho aderito, evidentemente, era un altro.
Trovare una via d’uscita a sinistra, con nuove idee e proposte di sinistra alla
crisi che la società e la politica italiana oggi stanno vivendo. Spostare
l’asse di questa coalizione “democratica e riformista” da un lato in cui la
politica non è mai stata in questi anni.
Oggi le “primarie del Centrosinistra”, che molti
strumentalmente hanno sempre chiamato “primarie del PD”, si trasformano nelle “primarie
del PD con i voti del Centrosinistra e probabilmente anche di quel che resta
del centrodestra”.
La contesa doveva essere interna, ma la si è trasformata in
uno scontro globale tra candidati che, almeno sulla carta, dovrebbero
appartenere alla stessa parte politica.
Ed infatti il dibattito si è spostato sul ruolo che il
principale partito della coalizione, il PD, dovrà avere nel prossimo futuro,
sulle sue priorità e sugli alleati che dovrà o non dovrà avere.
Non credo in un PD a vocazione maggioritaria. È un errore
già fatto nel recente passato, che è costato una sconfitta a favore del
candidato Berlusconi (uno che la
vocazione maggioritaria tende ad averla all’interno del suo stesso partito) e
che ha cancellato dal parlamento qualsiasi formazione di ispirazione
socialista, ambientalista o comunista. Credo in una coalizione di
responsabilità ed è per questo che ho firmato la carta d’intenti.
Non mi convince chi passa il tempo a differenziarsi dagli
alleati, senza mai spendere una parola di critica verso quelli che sarebbero
gli avversari naturali e il loro modo di fare politica. Quando la campagna per
le primarie sarà finita, sarà bene ci si ricordi che gli avversari veri con cui
confrontarsi sono quelli del populismo e dell’antipolitica e i portatori di
soluzioni, sempre sulla carta, antitetiche a quelle di questa coalizione.
Non mi fido di chi usa un sorriso per accattivare le
simpatie, usando il pretesto del ricambio generazionale, oggi invocato
praticamente da tutti, come soluzione ai mali di una politica che non si è mai evoluta nelle proposte e nelle soluzioni. Non posso credere in chi viaggia sul filo delle regole, aggirandole
per i suoi scopi. Ne abbiamo già avuto uno così, per quasi 20 anni.
Non mi piace chi vuole trasformare una bellissima esperienza
di partecipazione democratica, in uno sporco regolamento di conti.
Non posso dare fiducia a chi non ha esperienza per governare
il paese, dopo aver dimostrato la propria incapacità nel governare una sola
città.
Vorrei un Centrosinistra, non solo un PD, che torni a
parlare con le classi deboli, che ne ascolti i disagi e che ne elabori le
soluzioni.
Vorrei si iniziasse a discutere seriamente di diritti
civili, del reddito di cittadinanza, delle seconde generazioni.
Vorrei una politica estera seria e chiara, senza ambiguità
né sudditanze.
Vorrei dei provvedimenti seri per la lotta all'evasione, unico modo per poter pretendere e giustificare una riduzione della pressione fiscale. Vorrei una svolta vera sul piano economico e sociale.
Mi piacerebbe vedere la fine del populismo e il ritorno del
lavoro e della cultura come preoccupazioni principali di un programma di governo e che
finalmente si riuscisse a rompere il mantra del “sonotuttiuguali”.
Vorrei che fosse garantito almeno il rispetto della carta
d’intenti e che si proseguisse verso la costruzione del nuovo centrosinistra.
La costruzione di un’alternativa a quanto c’è stato finora, per progredire finalmente dopo anni di involuzione politica, economica e culturale.
Per questo e molto altro, voglio fidarmi e scegliere Pier Luigi Bersani.
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martedì 2 ottobre 2012
FB #2.10.12
In Germania hanno i Cd coi nomi degli evasori coi conti in Svizzera. Qualcuno informi la Merkel che in Italia abbiamo i masterizzatori.
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